Questa nota nasce da ciò che si è letto in questa settimane a proposito dell'affair Marrazzo, che ha riportato la questione transessuale alla "disattenzione" della cronaca con le modalità che i media meglio sanno usare e sempre le stesse. Quelle della diffamazione, della non conoscenza, dello stigma, discriminazione ecc. Ma io voglio attirare l'attenzione sulle reazioni che questo ha provocato nella comunità trans.

Ho letto commenti, dichiarazioni, punti di vista, e ho scoperto con dispiacere, che esiste ancora una vivace comunità di persone T, che sentono e vivono la propria condizione come "UN VESTITO INCANDESCENTE". Esistono le donne transessuali, le donne operate (di cosa?), di fibroma all'utero, alle ovaie! Esistono le transessuali, le transgender, le ex transgender, esistono anche le" donne"!! E di tutte queste specificità ho letto rivendicazioni sul loro "sentirsi" e "non sentirsi". Chiarisco subito che io prendo le distanze da coloro che non hanno ancora deciso se affermare e sostenere la tutela delle diversità. E non sponsorizzo chi mente sapendo di mentire. 

Le persone T che hanno espresso le loro opinioni, in questa occasione, hanno attuato un tentativo mal riuscito (e parlo di alcune, molte), di voler chiarire che la condizione transessuale è un "vestito incandescente" di cui spogliarsi alla svelta, il prima possibile!! Persone che investono le loro battaglie sul tarlo della "passabilità", e mi spiego. Se sono passabile cioè non identificabile come trans e quindi non subire discriminazione ed isolamento, avrò vinto la mia sfida con la cazzate! Allora, dovrebbero mettersi d'accordo, le trans con il progetto della "non identificabilità", che le allontana dalla realtà oggettiva delle cose, se combattere le loro battaglie per i diritti e la tutela delle diversità oppure indirizzare le proprie energie in altro ambito. Per esempio, andare a manifestare con le donne biologiche e non scrivere sulle nostre pagine, che le riportano a quello che rinnegano. La condizione trans non è un "vestito incandescente", ma un vestito nel quale scaldarsi. 

Il problema della identificabilità, in realtà, ci conduce ad uno status di omologazione, esattamente al confine opposto di quello che da decenni andiamo rivendicando. Io Laura, in quanto donna transessuale, non ho il dovere di impegnarmi per non essere riconosciuta in quanto trans, con la speranza che mi si aprano le porte del "paradiso"......Io in quanto trans, ho diritto di produrre, lavorare, esprimermi, vivere, amare, far parte di uno stato di diritto, anche se per la società civile, non sono passabile e quindi immediatamente riconosciuta. L'essere transessuale, operata e non, non deve oscurarci o escluderci dai diritti fondamentali sanciti dalla costituzione (che in questo paese, pare non siano mai stati scritti). Per questo suggerisco alle persone trans di liberarsi al più presto del virus della "riconoscibilità", convinte di accedere a privilegi che "le cesse" non avranno mai.

Queste non sanno ancora che lo stato civile, ci riconosce "donne", ma lo stato sociale e politico continua nella sua opera disffamatoria e discriminatoria. Chi avvilisce la propria autocoscenza e autodeterminazione con la menzogna e la vergogna dell'essere trans, sprecando energie e denari nell'obiettivo unico e inproponibile di cancellare "le tracce", azzera e offende il lavoro che molt* fanno da anni per quello che resta il "vero" problema e il solo: uno stato di democrazia e di diritti, di uguaglianza, pari opportunità e rispetto.

Anche rispetto allo spauracchio della "riconoscibilità", che invece dovrebbe essere difesa e tutelata, se vi metteste d'accordo su quale giostra volete girare.......


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