di Cecilia Maria Calamani

In seguito all’aggressione al presidente del Consiglio, il ministro dell’Interno Roberto Maroni si appresta a proporre “misure più adeguate e urgenti” per le manifestazioni e per internet. Nessuna anticipazione se non la probabile estensione delle norme di sicurezza che regolano le partite di calcio allo stadio e un (ennesimo) ricorso al decreto legge.

Dalle pagine del Corriere della sera, Gian Antonio Stella declama: “Roberto Maroni, vista l’immondizia che trabocca online a sostegno dell’uomo che ha scaraventato una statuetta in faccia a Silvio Berlusconi (c’è chi si è spinto a scrivere: «Gli doveva rompere il cranio a quel testa d’asfalto!») pensa di no. E ha ragione. Se è vero che la nostra libertà finisce là dove inizia la libertà degli altri, anche la libertà di parola, cioè il bene più prezioso dell’oro in una democrazia, ha un limite. Che non è solo il buon senso: è il codice penale”.

Appunto, il codice penale. Le leggi per punire l’apologia di reato già ci sono tutte, basta applicarle. Internet, come ogni spazio di espressione, è soggetta alle stesse regole. Se solo fossero fatte applicare.

Su facebook, il social network sul quale sono fioriti i gruppi più fantasiosi di sostegno a Tartaglia, l’aggressore di Berlusconi, sono state pubblicate – indisturbate - pagine di glorificazione dei peggiori dittatori della storia, da Pinochet a Hitler. Istigamento all’odio razziale, alla violenza, all’omicidio. Fino ad oggi, l’unica possibilità di bloccare questi gruppi o pagine ‘fuori legge’ era la segnalazione allo staff di Facebook.

Ma ora che uno squilibrato – così è stato definito Tartaglia – ha aggredito il nostro premier, il registro cambierà.

Internet e le manifestazioni di piazza sono il ‘male oscuro’ di cui si è nutrita la violenza, per altro individuale e spontanea, che si è scagliata contro il premier. Poco importa che sia lo stesso premier il primo istigatore (vogliamo ricordare il suo recente exploit: “Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia che ci fanno fare una bella figura lo strozzo“?).

Ora, se qualcuno vuol far credere che in Italia la libertà di espressione su internet sia maggiore che nel resto del mondo è in mala fede. Dobbiamo, per onestà intellettuale, citare Pierferdinando Casini: “Guardiamo all’esempio degli Stati Uniti dove Obama riceve intimidazioni inaccettabili su internet, ma dove a nessuno è mai venuto in mente di censurare, in un grande paese di democrazia liberale”.

Ecco comparire, d’incanto, il capro espiatorio. Limpido, evidente, fin troppo scontato.
La libertà di espressione e di manifestazione hanno ingenerato un atto di violenza verso il presidente del Consiglio. Bisogna tutelare gli organismi istituzionali. Bisogna mettere un freno alla spirale di violenza.

Ci stanno, in sintesi, togliendo il diritto di dissentire. Un diritto primario in ogni democrazia. Chi, come Antonio Di Pietro e Rosy Bindi, ha detto la verità, sottraendosi al buonismo di una omologata e istituzionale solidarietà senza se e senza ma, è stato messo alla gogna. E solo perché, pur condividendo l’unanime condanna alla violenza, ha dichiarato che lo stesso presidente del Consiglio è tra i primi fomentatori di questo clima che, come un boomerang, gli si è ritorto contro.

Ma forse l’italiano medio deve vedere in faccia la dittatura prima di rendersene davvero conto. Non c’è bisogno di una marcia su Roma, i tempi sono cambiati. Basta un decreto legge.


fonte: www.cronachelaiche.it

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