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Lo scalpore mediatico suscitato in questi giorni dalla pubblicazione del Rapporto sul Global Gender Gap (disparità di genere nel mondo) da parte del World Economical Forum (WEF) ha un che di prosaico, forse addirittura di offensivo. Secondo l’organizzazione, il nostro Paese si piazza in 74ma posizione, tra la Repubblica Dominicana e quella del Gambia. Peggio di noi, fra i paesi dell’Unione, fa solo Malta (83ma). Ebbene? Forse che qualcuno pensava invece che l’Italia fosse “un paese per donne”?
Senza essere economisti, la consacrazione di Mara Carfagna a ministro delle Pari opportunità costituiva già un indicatore piuttosto eloquente della drammatica situazione in cui versano le donne nel nostro Belpaese. Ora in più abbiamo un numero, il 74, e il fastidioso sospetto che, oltre all’Islanda, capolista, e ai soliti paesi scandinavi, vi siano almeno una settantina di altri posti al mondo dove le donne se la passano meglio, inclusi il Kazakistan (41°), il Malawi (68°) e il Vietnam (72°), solo per citare qualche esempio.
Per quanto i criteri utilizzati per la ricerca (partecipazione e opportunità economica, accesso all’istruzione, salute e aspettativa media di vita, partecipazione politica delle donne) siano certamente rigorosi e studiati per essere il più affidabili possibile, i profani rimarranno comunque perplessi all’idea che in un paese quale l’Uganda (33ma posizione) la condizione femminile possa essere migliore che da noi. Probabilmente il malessere diffuso è un fattore livellante tanto quanto il benessere. Accantoniamo dunque i numeri e i loro misteri e passiamo, invece, a quella che è la vera notizia contenuta nel rapporto del WEF, e che dovrebbe far riflettere gli italiani, al di là del posizionamento in classifica.
Essa è contenuta nella prefazione al rapporto, ove si legge: «Ci troviamo a vivere un punto di svolta epocale nella storia dell’umanità: mai prima d’ora la questione della parità di genere è stata così centrale sulla scena globale. Numerose multinazionali hanno messo in campo elementi centrali della propria forza produttiva per sostenere e favorire le donne nelle comunità in cui sono attive. L’Onu ha creato nuovi enti appositi per promuovere l’uguaglianza di genere e il cosiddetto women empowerment. Nei paesi in via di sviluppo si sta consolidando una forte spinta ad investire nell’istruzione delle bambine. Il mercato mondiale si è accorto delle crescenti opportunità di vendita che le consumatrici donne rappresentano. Mentre le donne costituiscono ormai la metà del numero totale dei laureati in gran parte dei paesi sviluppati, si fa strada la consapevolezza che è necessario che questi nuovi talenti abbiano la possibilità di arrivare ai posti di comando. Molti paesi hanno infatti introdotto legislazioni per favorire l’accesso delle donne nell’economia e nella politica. Il WEF è stato da sempre in prima linea nel guidare tale cambio di mentalità, sottolineando innanzitutto il fatto che la disparità di genere ha un impatto negativo sulla competitività e coinvolgendo le comunità economiche in tal senso».
In sostanza, l’eliminazione del Gap Gender non si configura, come vorrebbe una certa nostrana retorica di propaganda, tra le opere pie che le anime belle devono aspirare a compiere; molto più pragmaticamente, converrebbe invece all’economia dell’intero paese che le forze intellettuali, lavorative e di capacità di consumo espresse dalle donne fossero valorizzate e sviluppate il più possibile. Non si tratta di filantropia, ma di mera opportunità di crescita, innanzitutto economica, dato che – è triste ammetterlo – è la monetizzazione il motore che più fortemente spinge l’umanità ad agire in un senso piuttosto che in un altro.
L’Italia, invece, dalla 55ma posizione assegnatale nel 2005, scende alla 74ma. Anziché progredire, andiamo indietro. I nostri politici e tutti i poteri forti che, a vario titolo, ostacolano una reale parificazione tra i generi, ci stanno derubando di una comune ricchezza. In pratica, saltelliamo su una gamba sola, pur avendo due forti gambe su cui potremmo correre.
Socrate ha impiegato una vita nel tentativo di far comprendere ai propri concittadini che il bene non solo è bello, ma è anche conveniente. I risultati raggiunti dal filosofo ateniese li testimonia la storia, più che la filosofia successiva: l’assemblea lo condannò a morte. Ma si sa, neanche Socrate, con il concetto di bene, intendeva una poltrona inalienabile.

di Alessandra Maiorino

fonte: www.cronachelaiche.it

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