"Abbiamo sconfitto l'apartheid ma dobbiamo ancora combattere il resto dei pregiudizi rimasti nella testa della gente".
È morta Nadine Gordimer voce del Sudafrica bianco contro la segregazione razziale. La scrittrice novantenne, premio Nobel per la letteratura nel 1991, si è spenta nella sua casa di Johannesburg per un tumore al pancreas di cui soffriva da tempo.
Di origini russo-britanniche, l’autrice pensava che la sensibilità alle ingiustizie le derivasse proprio dall’essere cresciuta in Sudafrica.

Pur consapevole dell’impossibilità a sconfiggere definitivamente il razzismo, fino all’ultimo Gordimer ha difeso i risultati ottenuti dalla Nazione arcobaleno dopo l’elezione di Mandela alla presidenza. Un evento che la romanziera paragonava al crollo del muro di Berlino. Le grandi qualità inventive e stilistiche della sua prosa la collocano tra i pochi romanzieri di lingua inglese capaci di dar vita a una tradizione letteraria sudafricana autonoma rispetto a quella di ispirazione europea.

Amica di Nelson Mandela («se non ci fosse stato lui il Paese sarebbe sprofondato nella guerra civile, ci è andato vicino» diceva) e di tanti leader della lotta contro l’apartheid è stata fra i membri fondatori del Congress of South African Writers. Fino all’ultimo la scrittrice sudafricana ha combattuto con coraggio  la sua battaglia personale contro il tumore al pancreas che aveva annunciato di avere lo scorso marzo dicendo addio alla scrittura. 
Una piccola donna dalla forza infinita che ha lottato fino all’ultimo in difesa dei più deboli per porre fine a una delle pagine più buie della storia recente. 

“Ora forse c’è meno la differenza tra bianchi e neri, ma è rimasta forte quella tra poveri e ricchi, e questa è un’altra discriminazione che non si può accettare dentro la parola umanità”.
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