In opposizione, sempre, a qualsiasi forma di oppressione e autoritarismo. Non solo Adele Faccio ha rintracciato soluzioni alternative ad un sistema sociale arretrato e inadeguato, ma ha saputo tradurre la sua capacità immaginativa in azione civile e politica.

Il suo libertarismo quasi anarchico non si limitava alla protesta, ma si incanalava puntualmente in un’attività costruttiva, sebbene vissuta sull’orlo della disobbedienza, organizzata dal basso e destinata a suscitare reazioni piuttosto dure tra le file dell’“avversario”. Gli anni Settanta sono stati senza dubbio il suo momento di maggiore visibilità. Femminista, ha trovato nel Partito Radicale un insostituibile alleato nella lunga battaglia per la liberalizzazione dell’aborto, e in Marco Pannella un sapiente regista, per quella che è stata una straordinaria operazione mediatica. La collaborazione, iniziata già nella seconda metà degli anni Sessanta con l’Aied – associazione promotrice di clamorose iniziative mirate alla diffusione della contraccezione – si è approfondita nel 1973 con la fondazione del Cisa (Centro Informazione Sterilizzazione e Aborto). 

Insieme a Marco Pannella, Adele costruì una vera e propria strategia della sorpresa. Con un coup de théatre si fece arrestare a Roma, nel Teatro Adriano il 26 gennaio del 1975, mentre si svolgeva la giornata conclusiva di una conferenza internazionale sull’aborto a cui erano presenti numerose delegazioni straniere.

Riuscì così a far scoppiare lo scandalo: foto su tutti i giornali, i radicali e le loro iniziative alla ribalta, per Adele Faccio 36 giorni nel carcere di S. Verdiana a Firenze. Pugnace e polemica come al solito, in carcere non perdeva occasione per diffondere le proprie idee tra le detenute e per criticare quelle norme, derivazioni del “sistema patriarcale” per cui, mentre il segretario del PR Gianfranco Spadaccia in cella poteva leggere i giornali e utilizzare una macchina per scrivere, per lei «l’unica macchina ritenuta adatta era quella per cucire».

L’arresto e le polemiche che ne seguirono rappresentano, nella lotta per l’aborto, un doppio momento di svolta: hanno segnato un punto di non ritorno per una questione che non poteva più essere rimandata o procrastinata dalle istituzioni, e d’altra parte hanno portato cambiamenti importanti all’interno del Cisa e della sua gestione.
Una volta tornata in libertà, infatti, la Faccio trovò quella realtà profondamente cambiata, sempre più organizzata sul modello dei “collettivi”.

Adele Faccio nasce a Pontebba il 13 novembre 1920 da madre piemontese e padre genovese anarchico. Nipote della scrittrice Sibilla Aleramo, frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università di Genova, periodo in cui inizia a maturare la propria coscienza politica. Staffetta partigiana con il nome di Vittoria durante la liberazione dal nazifascismo, in seguito al trasferimento a Barcellona partecipa alla resistenza contro la dittatura di Franco, avvicinandosi alle pratiche della non-violenza. 

L’appartenenza ai collettivi di autodeterminazione rappresenta il coronamento di un percorso di autocoscienza da tempo intrapreso, sin dal periodo spagnolo. Non si tratta di un cambiamento ma della marcatura più forte di quanto la Faccio aveva già disegnato in precedenza. Nonviolenta e antimilitarista, continua le iniziative per l’autodeterminazione delle donne anche in Parlamento, per cui è deputata radicale fino al 1987.

La sua attività si rivolge in modo particolare alla campagna a favore della futura legge 194; proprio per evitare la pratica degli aborti clandestini diventa necessaria tanto una sensibilizzazione pubblica tanto il ruolo dei consultori. Lei non votò mai la stesura finale della legge 194.  La considerava poco rispettosa delle esigenze delle donne

Rimase in Parlamento senza troppo entusiasmo fino all'87. Ne uscì dopo anni di battutacce sul suo aspetto, e con l' artrite. «Colpa della funesta aria di Montecitorio», raccontava anni dopo in un' intervista. Funesta politicamente e umanamente, e pessima per la salute, «è tarata per seicento deputati mentre se va bene si è in sessanta e si gela». Era silenziosamente delusa.

Adele Faccio era una di quelle donne che vorresti aver accanto in questi tempi oscuri, mentre ci si organizza per riaffermare, ancora una volta, che in materia d'aborto l'ultima parola è quella femminile. Ci ha insegnato il rispetto e la capacità di empatia e compassione con la natura tutta. Ha spianato la strada a noi, ancora ragazzini che con entusiasmo abbiamo appreso e imparato da lei il coraggio, la tenacia e la passione necessari per battersi per i diritti di tutte le persone.

E’ stata capace di precorrere ed anticipare, è stata in grado di sentire con una stupefacente lucidità e insieme con una innocenza disarmante i problemi, i contrasti, le ingiustizie, i conflitti più profondi in una visione di libertà e rispetto assoluti, senza confini, limiti e pregiudizi, guidata soltanto dall’amore per l’umanità e per la sua libertà. 

Negli anni '90 si dedicò alla poesia (nel 1980 compose «Farfalla spaurita/le ali vibrano/come il cuore quando/fa qualcosa che incombe»); aveva ripreso a dipingere, aveva fatto delle mostre, diceva di non avere nostalgia della politica, anzi. E chi ha fatto politica con lei la ricorda appassionata e per niente astuta. A 7 anni dalla sua scomparsa (Roma, 8 Febbraio 2007), della sua eredità politica ed intellettuale è stato raccolto ben poco, direi nulla. Nell'era dei femminicidi in cui la violenza sulle donne è cresciuta in modo esponenziale, nessuno come lei, è stata/stato in grado di istituire una lotta attiva e reale che obbligasse le istituzioni a tornare a legiferare in materia di tutela, prevenzione ed informazione.

E' proprio il caso di dire: le piazze sono sempre più vuote in questo paese, eppure di ragioni per riempirle ce ne sarebbero ogni giorno. Ma c'è chi afferma che "la piazza" non è più uno strumento di lotta efficace, meno impegnativo indignarsi e protestare nelle piazze virtuali della Rete, basta un click!


Ha pubblicato libri politici: "Lemie ragioni" ( Feltrinelli). " Il reato di massa" (Sugarco), e poesie: "L'albero della libertà"(De'Besi) e "Fuga dal tempo" (Amanda). Ha fondato una casa editrice: "L'Alternativa". "Una strega da bruciare" è il primo libro scritto da Adele Faccio sul suo "vissuto" di donna nonviolenta, in guerra contro tutte le violenze singole e collettive del potere.

Io ho avuto l'onore di aver conosciuto Adele, durante la mia militanza nei Radicali, tra gli anni '70/'80, anni che in tema di conquiste civili, non hanno avuto nessun tipo di seguito. Ricordo quel lungo viaggio in automobile, con lei ed altri amici, che conservo come un'eredità nella memoria, inestimabile. 

"Non preoccupatevi", rivolgendosi a me, "la faremo una legge per voi...povere ragazze"!


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