Per quanto riguarda la mia esperienza lunga otto anni da utente facebook, sono testimone di quanto l’alienazione, che alla lunga può provocare un’esperienza mediatica di questo tipo, possa diventare aberrante. La sovraesposizione e l'enorme quantità di informazioni, non sempre confortanti, che ci viene propinata è di tale impatto ossessivo da diventare una metastasi per chi la subisce e non sempre la sceglie. Facendo di noi utenti, me compresa, commentatori ed opinionisti seriali della vita altrui con la presunzione che da dietro un monitor qualunque tipo di libertà sia ben concessa.

Il mio rapporto con Facebook inizia nel 2009, subito dopo il terremoto che colpì L'Aquila. Un momento pieno di criticità, dove tutti cercavamo solidi agganci con una realtà diversa da quella che si viveva in quel momento. Una realtà fatta di disorientamento, isolamento e solitudine. Era di gran conforto vedere che la vita altrove procedeva con grande vitalità e Facebook rappresentava il far parte ancora di qualcosa. In quei primi anni c'era un grande fermento: gruppi di protesta politica, eravamo in piena era berlusconiana, iniziative sociali di rivendicazione, si riusciva ancora a costruire un momento di scambio, di confronto e dibattito su questioni che ci stavano a cuore e che trovavano in questa piattaforma terreno fertile di allegra ed entusiasmante condivisione.

Eravamo ancora lontani dall'avvento compulsivo dell'autoscatto, il Selfie.

Quei primi anni di approcci "social" li ho vissuti di pancia, con uno spropositato coinvolgimento emotivo e con l'impegno di grandi risorse, anche laddove non era necessario. Dando in pasto agli utenti, con grande disinvoltura, anche questioni molto private che andavano invece tutelate. Anche io mi ero arresa al fascino di quella grande giostra sempre piena di gente e di luci, dove il sogno di essere "liberi e uguali" e senza divieti non era più un miraggio.
Per una persona transgender che vive in una piccola provincia, nel nostro paese, non è sempre facile trovare uno spazio dentro il quale affermarsi ed esprimersi senza essere stigmatizzate, giudicate e messe all'angolo.

Anche per questa ragione ero caduta in quella "trappola" democratica dove fa da specchietto per le allodole l'illusione di sentirsi finalmente uguali agli altri, perchè si ha la possibilità di scegliersi gli interlocutori giusti, di creare un ghetto nel ghetto. Il perimetro ideale dove muoversi senza timori. E cosa c'entra tutto questo con la quotidianità della vita reale? Un bel niente. Da questa consapevolezza in poi tutto è cambiato. Anche su Facebook arriva l'isolamento, se cambi modalità di convivenza e condivisione con la comunità che avevi costruito, vieni penalizzato comunque. Sei fuori comunque appena cambia il tuo algoritmo e gli interessi a cui ti eri rivolto fino ad allora.

Tutti sono ripiegati nel ruolo che hanno costruito e che devono mantenere immutato, in caso contrario sei già sceso da quella giostra. Se diventi altro da quel ruolo che hai sempre rappresentato per le esigenze della tua fetta di utenza, diventi automaticamente un "profio superfluo". Anche per questo ho scelto di mettermi su un piano di dura contrapposizione e anche per questo sento il dovere di tirarmene fuori, dopo diverse "prove tecniche di trasmissione".

Questa giostra non mi diverte più. Fermatevi, io voglio scendere!


La potenza di Facebook è stata la sua capacità di conquistare giorno dopo giorno parte della nostra vita e della nostra privacy. Ha lavorato fianco a fianco di milioni di utenti fino a raggiungere lo scopo di prevaricare sulle abitudini comuni come la riservatezza personale, il rispetto reciproco e la voglia di conoscersi, discutere, confrontarsi. Con l'unico obiettivo di abbattere quella realtà fatta di cose, persone, sentimenti veri. Sorrisi, contatto e aiuto reciproco,  che con un veloce “mi piace” o una condivisione che nessuno considererà per più di 3 minuti, ci ha fatto credere di far parte di una comunità viva e vitale in cui coltivare l'illusione di essere meno soli.

Facebook ci propone una serie di opzioni: quella di piacere per finta o di non piacere per davvero. Dalla posizione di starne fuori, a quella radicata di voler condividere il proprio naso, la cronologia della propria esistenza più o meno intima e personale, il nostro stato di salute, un caffè al volo, stralci del nostro corpo. Tutto in vetrina, tutto senza mai guardarsi negli occhi. 

Facebook è pratico, veloce, Facebook è utile nel mondo del lavoro, Facebook ci fa sentire in contatto con chi abita in un altro continente. Fa di noi una comunità fittizia sempre pronta a solidarizzare con chiunque e dovunque, basta un click. Tutte assolute verità. Anche quella di scegliere se piacere per finta o non piacere per davvero.

Facebook è un enorme palcoscenico sempre illuminato dove praticare il mito del successo, della visibilità ad ogni costo. Costruiamo il nostro ruolo sociale in maniera assolutamente minuziosa. Chiunque può scegliere se essere un premio nobel, un avvocato, un regista, un plurilaureato, uno scrittore. Tutto tranne che "uno sfigato" o "un perdente". Basterebbe omettere anzichè mentire a se stessi e agli altri. Nel mio caso avrei potuto scegliermi, tra le altre, la professione di "spalatrice di merda", oppure di "anima in pena". E' per evidente pudore che ho fatto la scelta di cliccare su "Skip" (salta). Mi pareva più onesto!


Ogni elemento deve rappresentarci al meglio: dalla scelta della foto del profilo, agli interessi da inserire nel profilo, scelta delle applicazioni da usare, scelta del criterio con cui accettare inviti da amici o estranei, scelta del linguaggio da adottare e se adottarne uno o prenderlo in prestito da chi ne ha. 
Per carità, tutto è legittimo finchè se ne è consapevoli, pensiamo che serva da antidoto contro una società sempre più individualista e sempre meno attenta all'altro. Ma bisogna essere onesti, è il nostro egocentrismo/narcisismo 2.0 che reclama spazio e non la necessità di offrire sollievo alle nostre solitudini e a quelle altrui, perchè quel sollievo non arriverà.

Gli spazi vuoti non si riempiono da dietro un monitor, semmai servirebbe un abbraccio in più. Ma Fb ancora non è attrezzato per questo tipo di condivisioni.
Mostrarsi felici è ben diverso dall’esserlo. “I social media hanno semplificato il mostrare solo un lato della verità o persino mentire completamente, attraverso la sua lente deformante.

Chi pensa che questo calderone faccia da specchio alla vita reale dovrebbe rifletterci su, e convincersi che per la fortuna di tutti, non è così. E' tutto comprensibile, ma non tutto ciò che è comprensibile è sempre buona prassi.
Ma se abbiamo scelto di starci su questo palcoscenico, ciascuno con le proprie modalità, non preoccupiamoci di sistemare le impostazioni sulla tutela della privacy come meglio ci aggrada.  Sappiamo tutti che non esiste nessuna privacy, se non nel pudore discreto e silenzioso della nostra vita fuori da qui. Il centro della questione è naturalmente determinato da chi ne fa uso e che tipo di uso ne fa. In fondo Facebook è solo un servizio gratutito, non un diario personale.

Per tutte queste ragioni io ho scelto di sopravvivere a Facebook standone fuori ma conservando le occasioni divertenti e di crescita che non sono mancate, e di quelle poche persone intelligenti, autentiche e sensibili che in qualche modo ho sentito più vicino di altre. Non proprio tutto è da buttare di questo viaggio, affatto.
Ma non voglio sentire più, nemmeno per un istante, quell'alienazione che mi ha portato fin quì. Poi un giorno chissà, in quell'alienazione potrei tornare a rifugiarmi.

Proprio a riguardo, di seguito, il cortometraggio scritto e diretto del regista Shaun Higton "What’s on your mind?" si pone l’obiettivo di riflettere su quei meccanismi che spingono a mostrare soltanto la facciata dorata delle cose e dei sentimenti con i quali abbiamo a che fare tutti i giorni, quando invece ciò che nascondiamo dall’altra parte dello schermo, è tutt’altro. Al protagonista del corto interpretato da Scott Thomson accade proprio questo: il senso di inferiorità scatenato dal comparare status e condivisioni degli altri utenti con quella che è la propria vita reale, e che lo conduce a un’insana ma appagante mistificazione della realtà.


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